di Barbara Bellini
Le donne in comunicazione ci sono, eccome. Sono proprio tante, ma sono poco visibili, guadagnano meno degli uomini, occupano posti meno prestigiosi. Ecco qualche dato, non per piangerci addosso, casomai per renderci bene conto...
Secondo FERPI (Federazione relazioni pubbliche italiana) Il 70% delle pr sono donne, ma guadagnano in media 18mila euro l'anno meno degli uomini.
L’anno scorso il Censis ha fatto una ricerca su un campione di giovani che frequentano o hanno frequentato una delle scuole di giornalismo riconosciute dall’Ordine Nazionale.
I dati parlano di una professione dove si perde la tradizionale predominanza maschile, dal momento che il 53,8% degli intervistati sono donne, seguendo in questo una tendenza generale nelle professioni. Uno spostamento significativo per un mestiere che è sempre stato di dominio maschile nelle redazioni e che molto spesso ha trovato più lettori fra gli uomini.
Cresce la presenza delle donne nel mondo della comunicazione, ma le poltrone del potere nei giornali e in tv sono ancora tutte al maschile. Questa la conclusione a cui e' giunta un'indagine qualitativa commissionata all'Eurisko dalla provincia di Milano. I risultati dell'indagine, realizzata con una serie di interviste a giornaliste e giornalisti appartenenti a diverse testate nazionali. Nel corso degli ultimi anni è cresciuta la presenza e la rilevanza delle donne nella professione, cosi' come non esistano piu' oggi discriminazioni o barriere per quanto riguarda l' 'ingresso'. Le donne possono scrivere di tutto, dalla politica allo sport, dall'economia alle guerre. Restano pero' escluse, e questo e' uno dei risultati che l'indagine sottolinea maggiormente, dalle leve del potere: le poltrone dei direttori o dei grandi editorialisti in genere sono e continuano ad essere maschili.
Su questo argomento, tuttavia, la ricerca mette in chiaro che spesso l'assenza di donne dai luoghi di potere e' frutto di una sorta di 'autoesclusione': ''le donne sono meno disponibili a un impegno totalizzante - sottolinea la ricerca - perche' vogliono mantenere una prospettiva di vita in cui vi sia spazio oltre che per il lavoro per gli affetti, la famiglia, il tempo libero''; in secondo luogo ''le donne sono meno interessate ai 'giochi' indispensabili per arrivare ai vertici, e meno disposte ad accettare compromessi''.
Illuminante anche una ricerca di Roberto Biorcio dell'Università degli Studi di Milano sul mondo del lavoro:
Nell'area Ricerca, cultura e comunicazione lavoravano 182.278 donne alla fine del 1996. La presenza femminile (41,9%) è ancora inferiore a quella maschile (58,1%), ma si è estesa negli ultimi quattro anni. In questo periodo il numero di donne occupate in attività di ricerca, cultura e comunicazione è cresciuto del 20,5%. La crescita della componente maschile dell'area è stata invece molto più ridotta. Nelle nuove assunzioni le donne tendono così a prevalere. La forma di lavoro prevalente nell'area professionale è quella dipendente (69%). La grande maggioranza delle intervistate svolge un lavoro continuativo (82%), ma esiste una quota non trascurabile di lavoro temporaneo e saltuario (18%). Queste forme lavorative sono più diffuse fra le intervistate giovani e rappresentano spesso la via d'accesso alla professione.
La quasi totalità della lavoratrici di quest'area dispone di un titolo di studio elevato: laurea (67%) o diploma (28%). Però solo metà della intervistate (51%) dichiara che il titolo di studio ha una precisa relazione con il lavoro svolto.
Le lavoratrici indipendenti hanno un livello di istruzione in media superiore a quello delle lavoratrici dipendenti.
Concludendo: le donne in comunicazione ci sono, eccome ma il loro potere, tanto per cambiare, è scarso per dar loro visibilità, strumenti di aggregazione, supporto, crescita professionale, formazione, è nata AccentiRosa almeno ci proviamo!