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La comunicazione è donna

Inserito da admin il Mar, 13/12/2005 - 00:45Approfondimenti e Dossier

Intervento del prof. Tinacci Mannelli

Il mondo in cui viviamo oggi è caratterizzato da una pletora d'informazioni e da una crescente scarsità di comunicazioni: si ha cioè un'abbondanza anche eccessiva di input asettici che ci ragguagliano su una serie numerosissima di avvenimenti, ma - forse di conseguenza - una carenza sempre maggiore di notizie di eventi che comportino una qualificata partecipazione di coloro a cui esse vengono trasmesse.

Il diaframma significativo che - anche a livello scientifico - distingue l'informazione dalla comunicazione sta proprio qui, cioè che comunicare non significa solo "dar notizia", ma comporta l'attivazione di uno scambio, di una dialettica, in cui il ricevente svolge funzione di comprensione-interpretazione-partecipazione-reazione nei confronti di ciò, di cui viene messo al corrente.

L'etimo stesso della parola (cum-munus, dono che lega il ricevente al donante/ cum-moenia, mura che legano ad una stessa sorte gli abitanti di una città) e le parole consimili che da tale etimologia derivano (comune - comunione - comunità) rendono conto di questa accentuazione per così dire "sociale" che il termine ha nei confronti di quello più asettico di informazione. Un esempio efficace con cui illustro ai miei studenti la linea discriminatoria esistente tra i due termini è questo: "immaginate un giovanotto ed una ragazza che escono una sera insieme: lui dice a lei "Cara, guarda che luna c'è stasera!" - l'informazione è che il satellite naturale della Terra non ha nessuna nube che lo oscura.....la comunicazione... beh, lascio pensare a voi quale possa essere".

Passando dalla dissertazione teorica ad una rilevazione concreta sulle modalità di trattazione della notizia televisiva, che è quella più diffusa e frequentata e dove si possono cogliere significative linee di tendenza, sembra prevalere in questi ultimi tempi un'utilizzazione crescente di corrispondenti femminili (ne fa testo il recente conflitto irakeno) rispetto ai loro colleghi del sesso forte (si fa per dire!), forse perché si ritiene - e non a torto, credo - che la "carica emotiva" che una donna sa dare ad eventi, specie se drammatici, sia maggiore di quella che può dare un uomo.

Che questo derivi dalla stupida credenza di una maggiore razionalità maschile rispetto ad una prevalenza emotiva della donna ha scarso rilievo; interessante è notare come - a parte i livelli di professionalità di altissimo grado delle giornaliste utilizzate - possa essere ipotizzato, forse non a torto, proprio in questi strumenti tecnologici per loro stessa natura alieni dalla partecipazione del ricevente, un maggior coinvolgimento delle audiences, affidando a giornaliste, telecroniste e commentatrici la trattazione di quegli eventi che per loro stessa natura siano suscitatori di una più intensa ricezione attivatrice di un vero e proprio "dialogo" con il pubblico, non certo ai livelli chiaramente "falsi" di alcune attuali trasmissioni.
Ritengo che per le professioniste operanti nella televisione si aprano - in questa ottica - importanti prospettive di lavoro e di successo, anche in funzione di una realtà individuale e sociale che si riappropi di caratteristiche tipicamente "umane" di autovalorizzazione e di intervento, che si dissocino dallo squallido appiattimento dell'essere solo e sempre spettatori.



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